NON BIOGRAFIA SUSANNA PARIGI
Non leggo mai le biografie, e questo fa già parte della mia biografia. Sono sempre noiose, come quando si studia geografia e storia a scuola. Date e luoghi, ma niente che ti parli delle persone. Possono esistere più biografie di una persona? Dipende da quale punto di vista si guarda la sua vita. Quella vera la dovrebbero scrivere le persone che incontri.
La biografia è un parlare di sé. E già questo mi ripugna. Dovrebbero parlare altri di me?
Falso. Tanto si sa che questo tipo di biografia la scrivono sempre gli artisti.
Posso provare a immaginare cosa hanno pensato di me le mura del conservatorio di Firenze, che dava sul cortile della scuola di restauro, delle mie ripetizioni maniacali di una battuta, delle mie corse sulla scalinata, più di venti volte, per scaricare la paura il giorno del diploma.
Cosa avranno pensato di me le persone che mi hanno insegnato, giorno dopo giorno, con la pazienza di un maestro: Pasquale Panella, a scardinare il codice, Marco Luberti, a scrivere una canzone al giorno, Vincenzo Micocci, a trovare quella Susanna fra la cultura del conservatorio e il balbettio degli esclusi, Vince Tempera, a seguire sempre, ma sempre, la mia immaginazione e a non aver paura, Claudio Baglioni, che si può trovare un modo per dire quello che si pensa totalmente, evitando l’offesa, Riccardo Cocciante, che i grandi artisti possono anche non saper scegliere le persone che li circondano, Mogol, che la voce è richiamo.
Cosa scriverebbero di me tutte le persone che ho incontrato?
Alcune cose le sanno: per esempio il pensiero che in casa ci siano degli elastici in perenne tensione mi crea molta ansia. Primo perché gli elastici sono in tensione, secondo, perché se apro il cassetto e in quel momento l’elastico si rompe mi può ferire un occhio, terzo perché anche se non mi ferisce un occhio ma si rompe nel buio del cassetto in solitudine, mi si sparpaglia tutta la roba. Sanno anche altro di me.
Per esempio se in camera o in cucina ci sono due orologi che fanno un ticchettio sfasato, io vado al manicomio. Anche perché creano un ritmo sbilenco che può provocare degli scompensi cardiaci. Nessuno ci pensa a queste cose. Sanno anche che quando scrivo io so perché scrivo, ma poi me lo dimentico, che la musica che preferisco è quella che vedo, che quello che mi indispone dei libri è che non ci posso parlare, che a volte sono collegata all’universo e a volte no, che considero malato chi non è depresso e non il contrario, che visualizzo il suono che esce dalla bocca come fosse zucchero filato, che sono prepotente perché bisogna esserlo per togliere tempo ad altro e dedicare tutto alla propria creazione. Che sogno un mondo di cibo impastato con amore, come io accompagno il suono della mia voce, come Alice accarezza i cavalli, con intenzione, attenzione e benedizione. Che io non parlo il linguaggio ma ovviamente è il linguaggio che parla me e che c’è qualcosa che non potrà mai essere detto; che alla radice di ogni comunicazione possibile non vi è un codice, bensì l’assenza di ogni codice, che dentro di me albergano una bestia e un angelo, tutti e due pazzi e mi chiedo quotidianamente dove posso incontrare il sublime. Penso che la divulgazione sta rincoglionendo tutti e che non esiste più un popolo ma solo un pubblico.
E non so se hanno intuito che sono buona solo perché mi manca la capacità di essere cattiva, o forse no, ma scoprire questo sarebbe decisamente importante per me.
Chissà come scriverebbero la mia biografia tutte le persone che ho incontrato.
Per tutte ho nostalgia, persino quelle che sono passate apparentemente come ombre.
Mi piacerebbe saperlo, io che conosco a malapena il mio nome e di sicuro non sono un poeta.
“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Montale)